Addetti ai lavori e consumatori dovrebbero sapere oramai cosa siano l’agricoltura e l’allevamento industriali e intensivi. I consumatori più attenti hanno compreso che la tutela della loro salute, e dell’ambiente, passa soprattutto attraverso gli alimenti che consumano. Ciò nonostante, il consumo di carne a basso costo è in crescita esponenziale con profitto per le multinazionali del settore ed a scapito della salute.
L'allevamento intensivo, un modello industrializzato adotattato in zootecnia a cominciare dai polli, è ormai esteso a tutti i tipi di allevamento, bovini e maiali compresi. Tuttavia in questo modello produttivo l’animale non è più considerato un essere vivente, ma una materia prima industriale utilizzata per produrre salumi, hamburger, insaccati e carne a buon mercato da vendere soprattutto attraverso la Grande Distribuzione Organizzata (GDO). Tutto ciò implica l’intensificazi one dell’allevamento, la concentrazione in spazi dati di un numero sempre maggiore di animali e la riduzione dei loro tempi di crescita, seguendo la logica dello stoccaggio ottimale e del veloce turn-over del magazzino. Ma tutto ciò aumenta il rischio sanitario, con conseguente abuso di antibiotici, e uso di ormoni. E l'impatto ambientale dei grandi allevamenti intensivi non è da meno. Una deuncia ben documentata di ciò che mettiamo in tavola e delle esternalità negative provocate dagli allevamenti industriali sul territorio che li ospita arriva dal documentario Pig Business realizzato dalla giornalista inglese Tracy Worcester, che da anni è testimone della scomparsa delle aziende agricole a conduzione familiare come conseguenza dell'estensione del potere e del raggio di azione delle multinazionali, che da anni protesta contro la distruzione dei mezzi di sussistenza rurali e che si batte per il benessere animale. Un documentario realizzato con iul supporto dell'ONg inglese Pig Business e sottotilato in molte lingue, anche in italiano.
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